Il caso milanese, emerso nel dibattito sul disegno di legge cosiddetto Salva Milano, costituisce un osservatorio privilegiato per cogliere alcune tensioni strutturali dell’urbanistica contemporanea. In una città che concentra una quota rilevante del mercato edilizio nazionale, l’intensificazione delle trasformazioni costruite non produce automaticamente benefici collettivi. Al contrario, si accentua la difficoltà di garantire casa accessibile, mobilità pubblica, manutenzione dello spazio pubblico e servizi ordinari. In questo contesto si osserva uno slittamento rilevante: l’edilizia tende progressivamente a sostituire l’urbanistica come strumento di governo della trasformazione, attraverso il ricorso a procedure semplificate applicate a interventi che, nella sostanza, modificano volumi, funzioni e carico urbanistico. Ne derivano opacità decisionale e una riduzione delle ricadute pubbliche, con il rischio di una vera e propria «rigenerazione fai da te», governata prevalentemente da logiche di mercato. Il caso di Milano consente tuttavia di ampliare lo sguardo, mettendo in evidenza la crisi dei tradizionali strumenti di pianificazione urbanistica – dal piano prescrittivo ai piani attuativi – i dilemmi legati all’uso disinvolto di dispositivi flessibili e negoziali, in un tempo di progressiva consunzione della dimensione democratica delle città. E più in generale un indebolimento del suo ruolo regolatorio. In questo quadro riemergono tre tensioni strutturali che meritano attenzione: quella tra pianificazione e progetto, tra tecnica e politica, tra bene comune e interessi privati.
Pianificare stanca. Rigenerazione, progetto pubblico e crisi delle ambizioni urbane
Elena Granata
2026-01-01
Abstract
Il caso milanese, emerso nel dibattito sul disegno di legge cosiddetto Salva Milano, costituisce un osservatorio privilegiato per cogliere alcune tensioni strutturali dell’urbanistica contemporanea. In una città che concentra una quota rilevante del mercato edilizio nazionale, l’intensificazione delle trasformazioni costruite non produce automaticamente benefici collettivi. Al contrario, si accentua la difficoltà di garantire casa accessibile, mobilità pubblica, manutenzione dello spazio pubblico e servizi ordinari. In questo contesto si osserva uno slittamento rilevante: l’edilizia tende progressivamente a sostituire l’urbanistica come strumento di governo della trasformazione, attraverso il ricorso a procedure semplificate applicate a interventi che, nella sostanza, modificano volumi, funzioni e carico urbanistico. Ne derivano opacità decisionale e una riduzione delle ricadute pubbliche, con il rischio di una vera e propria «rigenerazione fai da te», governata prevalentemente da logiche di mercato. Il caso di Milano consente tuttavia di ampliare lo sguardo, mettendo in evidenza la crisi dei tradizionali strumenti di pianificazione urbanistica – dal piano prescrittivo ai piani attuativi – i dilemmi legati all’uso disinvolto di dispositivi flessibili e negoziali, in un tempo di progressiva consunzione della dimensione democratica delle città. E più in generale un indebolimento del suo ruolo regolatorio. In questo quadro riemergono tre tensioni strutturali che meritano attenzione: quella tra pianificazione e progetto, tra tecnica e politica, tra bene comune e interessi privati.| File | Dimensione | Formato | |
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