Milan is the Italian city in which – while John Ruskin was living - very important guidelines for the intervention on historical buildings was developed. In the same city, starting in the 1970s, it was formed at Politecnico, in the Faculty of Architecture, a school openly oriented towards principles of conservation. But, right in Milan, conservation has been largely disregarded, above all the conservation of building’s surface, intended as the place of physical and visual interaction with the material and immaterial world. So, in Milan, conservation has become an occasional, paradoxical, practice. The purpose of the contribution is to identify the trajectory of the construction of this paradox and above all to delineate other possible scenarios where physical permanence still allows theoretical and operational adherences to the principles of Ruskinian thought. Among others: the architecture of the Reconstruction, but also territorial signs, urban layouts, destruction interfaces.

Milano è la città italiana in cui più che in altre – Ruskin vivente – si sono messi a punto e persino codificati importanti e assai seguìti orientamenti per l’intervento sul costruito, con consistenti traduzioni in essere. Nella stessa città, a partire dagli anni Settanta del Novecento, si è formata al Politecnico, nella Facoltà di Architettura, una scuola dichiaratamente orientata verso i principi della conservazione, militante al punto di essere considerata “radicale”. Ciò non ostante proprio a Milano, più che altrove, il monito ruskiniano sull’irriproducibilità del half-inch di materia perduta e sulla intangibilità della patina che caratterizza quella rimasta, da manifesto di una scuola è trascorso nella prassi comune ad argomento periferico. La conservazione è stata ed è infatti largamente disattesa proprio e soprattutto sulle fondamentali tematiche inerenti la superficie, intesa come interfaccia di interazione fisica e visiva del manufatto con il mondo materiale e immateriale. Disassata rispetto ai suoi stessi più vitali principi, è divenuta pratica solo enunciata oppure occasionale, in entrambi i casi, quindi: paradossale. Scopo del contributo è quello di individuare parole e momenti chiave della traiettoria milanese della costruzione di questo paradosso e soprattutto delineare i territori, le ragioni e la semantica di nuove possibili aderenze teoretiche e operative ai principi del pensiero ruskiniano; scenari noti, ma tradizionalmente poco considerati nella loro materialità; fra gli altri: l’architettura della Ricostruzione, i segni territoriali, i tracciati urbani, le interfacce di distruzione (anche a scala urbana), i fragmenta sparsi per la città.

Le Pietre di Milano. La conservazione come paradosso

pertot
2019

Abstract

Milano è la città italiana in cui più che in altre – Ruskin vivente – si sono messi a punto e persino codificati importanti e assai seguìti orientamenti per l’intervento sul costruito, con consistenti traduzioni in essere. Nella stessa città, a partire dagli anni Settanta del Novecento, si è formata al Politecnico, nella Facoltà di Architettura, una scuola dichiaratamente orientata verso i principi della conservazione, militante al punto di essere considerata “radicale”. Ciò non ostante proprio a Milano, più che altrove, il monito ruskiniano sull’irriproducibilità del half-inch di materia perduta e sulla intangibilità della patina che caratterizza quella rimasta, da manifesto di una scuola è trascorso nella prassi comune ad argomento periferico. La conservazione è stata ed è infatti largamente disattesa proprio e soprattutto sulle fondamentali tematiche inerenti la superficie, intesa come interfaccia di interazione fisica e visiva del manufatto con il mondo materiale e immateriale. Disassata rispetto ai suoi stessi più vitali principi, è divenuta pratica solo enunciata oppure occasionale, in entrambi i casi, quindi: paradossale. Scopo del contributo è quello di individuare parole e momenti chiave della traiettoria milanese della costruzione di questo paradosso e soprattutto delineare i territori, le ragioni e la semantica di nuove possibili aderenze teoretiche e operative ai principi del pensiero ruskiniano; scenari noti, ma tradizionalmente poco considerati nella loro materialità; fra gli altri: l’architettura della Ricostruzione, i segni territoriali, i tracciati urbani, le interfacce di distruzione (anche a scala urbana), i fragmenta sparsi per la città.
Milan is the Italian city in which – while John Ruskin was living - very important guidelines for the intervention on historical buildings was developed. In the same city, starting in the 1970s, it was formed at Politecnico, in the Faculty of Architecture, a school openly oriented towards principles of conservation. But, right in Milan, conservation has been largely disregarded, above all the conservation of building’s surface, intended as the place of physical and visual interaction with the material and immaterial world. So, in Milan, conservation has become an occasional, paradoxical, practice. The purpose of the contribution is to identify the trajectory of the construction of this paradox and above all to delineate other possible scenarios where physical permanence still allows theoretical and operational adherences to the principles of Ruskinian thought. Among others: the architecture of the Reconstruction, but also territorial signs, urban layouts, destruction interfaces.
conservation, existing buildings, post war architecture, John Ruskin
conservazione, materia, costruito esistente, architettura della ricostruzione, John Ruskin
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