Il nostro paese attraversa oggi una fase profondamente distante da quella, improntata alla crescita, che fino al recente passato ha ampiamente condizionato temi e orientamenti operativi del progetto urbanistico. Molti osservatori hanno rilevato tracce di questa condizione e hanno cominciato a riflettere sulle strategie per riusare o riciclare il patrimonio esistente. Il contributo che qui si propone pone l’accento su quegli spazi che presumibilmente non potranno essere oggetto di tali processi di modificazione. L’ipotesi è che sul suolo del nostro paese ricadano molti oggetti che porranno forti resistenze al riuso e al riciclo, e che le pratiche urbanistiche dovranno, nel prossimo futuro, pronunciarsi anche su questi spazi. In tal senso sarà necessario ridefinire un ruolo per l’azione urbanistica orientata non tanto verso una prospettiva di ricomposizione, quanto verso la definizione dei modi con cui convivere con l’abbandono. Nella attuale fase “dopo la crescita” riconosciamo differenti situazioni, che richiedono forme d’azione diverse. In alcuni casi l’esistente può essere oggetto di una riattivazione che implica una valorizzazione (operare con rarefazioni e densificazioni, attraverso parziali demolizioni del patrimonio obsoleto e trasferimenti volumetrici in aree candidate a un consolidamento ne è un esempio). In altri casi si assiste a un deperimento legato a una ritrazione degli usi (il manufatto sottoutilizzato o utilizzato ad altri scopi) rispetto al quale ripensare ad esempio forme di uso temporaneo. In altri casi ancora il riuso si attiva ma con un declassamento sostanziale e durevole, con il cronicizzarsi di una perdita di valore del bene a cui non subentra più un nuovo ciclo (situazioni marginali che richiedono una ridefinizione delle politiche). In altri casi ancora ci troviamo di fronte a oggetti e manufatti residui, nei quali le condizioni di partenza – poca qualità, deperimento delle strutture, collocazione marginale, assenza di domande e di forze economiche in grado di riattivarne il ciclo, ecc.- sembrerebbero lasciare aperto solo un futuro legato allo stato di rovina. Si tratta di luoghi abbandonati da ogni forma d’uso, che intrattengono a volte un rapporto ambiguo con la proprietà (talvolta c’è una proprietà che ancora il presidia, in altri casi una proprietà che se ne disinteressa, in altri ancora la proprietà ha per varie ragioni scisso il legame con quel luogo e non più rintracciabile). Quest’ultima situazione richiede probabilmente, in modi ancor più radicali che nei casi sopra richiamati, un ripensamento del ruolo dell’urbanista. È ad essa che, in questa sede, intendiamo dedicare maggiormente l’attenzione. Quali azioni immaginare in spazi abbandonati e residuali, senza utenti e spesso con un legame così incerto con la proprietà, in cui l’orizzonte del progetto urbanistico, anche nei termini di una cauta ricomposizione, è impraticabile? Due vie possono forse essere percorse, entrambe basate su una presa d’atto di un paesaggio futuro che potrebbe essere sempre più punteggiato di rovine. Da un lato una azione di gestione della rovina, incentrata sugli aspetti ambientali, sociali, ecologici, sanitari della messa in sicurezza (in una gamma di interventi che va dalla recinzione del manufatto alla demolizione). Dall’altro la prospettiva di una riappropriazione della rovina da parte della natura. In entrambi i casi si tratterebbe di pensare a un progetto urbanistico che sappia accogliere e far convivere tali presenze, ridefinendo anche rispetto ad esse le forme di governo delle trasformazioni.

Irriciclabile. Fenomenologia dello spazio abbandonato e prospettive per il progetto urbanistico oltre il paradigma del riuso

LANZANI, ARTURO SERGIO;MERLINI, CHIARA;ZANFI, FEDERICO
2013-01-01

Abstract

Il nostro paese attraversa oggi una fase profondamente distante da quella, improntata alla crescita, che fino al recente passato ha ampiamente condizionato temi e orientamenti operativi del progetto urbanistico. Molti osservatori hanno rilevato tracce di questa condizione e hanno cominciato a riflettere sulle strategie per riusare o riciclare il patrimonio esistente. Il contributo che qui si propone pone l’accento su quegli spazi che presumibilmente non potranno essere oggetto di tali processi di modificazione. L’ipotesi è che sul suolo del nostro paese ricadano molti oggetti che porranno forti resistenze al riuso e al riciclo, e che le pratiche urbanistiche dovranno, nel prossimo futuro, pronunciarsi anche su questi spazi. In tal senso sarà necessario ridefinire un ruolo per l’azione urbanistica orientata non tanto verso una prospettiva di ricomposizione, quanto verso la definizione dei modi con cui convivere con l’abbandono. Nella attuale fase “dopo la crescita” riconosciamo differenti situazioni, che richiedono forme d’azione diverse. In alcuni casi l’esistente può essere oggetto di una riattivazione che implica una valorizzazione (operare con rarefazioni e densificazioni, attraverso parziali demolizioni del patrimonio obsoleto e trasferimenti volumetrici in aree candidate a un consolidamento ne è un esempio). In altri casi si assiste a un deperimento legato a una ritrazione degli usi (il manufatto sottoutilizzato o utilizzato ad altri scopi) rispetto al quale ripensare ad esempio forme di uso temporaneo. In altri casi ancora il riuso si attiva ma con un declassamento sostanziale e durevole, con il cronicizzarsi di una perdita di valore del bene a cui non subentra più un nuovo ciclo (situazioni marginali che richiedono una ridefinizione delle politiche). In altri casi ancora ci troviamo di fronte a oggetti e manufatti residui, nei quali le condizioni di partenza – poca qualità, deperimento delle strutture, collocazione marginale, assenza di domande e di forze economiche in grado di riattivarne il ciclo, ecc.- sembrerebbero lasciare aperto solo un futuro legato allo stato di rovina. Si tratta di luoghi abbandonati da ogni forma d’uso, che intrattengono a volte un rapporto ambiguo con la proprietà (talvolta c’è una proprietà che ancora il presidia, in altri casi una proprietà che se ne disinteressa, in altri ancora la proprietà ha per varie ragioni scisso il legame con quel luogo e non più rintracciabile). Quest’ultima situazione richiede probabilmente, in modi ancor più radicali che nei casi sopra richiamati, un ripensamento del ruolo dell’urbanista. È ad essa che, in questa sede, intendiamo dedicare maggiormente l’attenzione. Quali azioni immaginare in spazi abbandonati e residuali, senza utenti e spesso con un legame così incerto con la proprietà, in cui l’orizzonte del progetto urbanistico, anche nei termini di una cauta ricomposizione, è impraticabile? Due vie possono forse essere percorse, entrambe basate su una presa d’atto di un paesaggio futuro che potrebbe essere sempre più punteggiato di rovine. Da un lato una azione di gestione della rovina, incentrata sugli aspetti ambientali, sociali, ecologici, sanitari della messa in sicurezza (in una gamma di interventi che va dalla recinzione del manufatto alla demolizione). Dall’altro la prospettiva di una riappropriazione della rovina da parte della natura. In entrambi i casi si tratterebbe di pensare a un progetto urbanistico che sappia accogliere e far convivere tali presenze, ridefinendo anche rispetto ad esse le forme di governo delle trasformazioni.
Atti della XVI Conferenza Nazionale della Società Italiana degli Urbanisti, "Urbanistica per una diversa crescita. Aporie dello sviluppo, uscita dalla crisi e progetto del territorio contemporaneo"
riciclo; fenomeni di abbandono; governo delle trasformazioni
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11311/763802
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