Tra metà ’800 e anni ’50 del ’900, finalità e pratiche dell’architettura manicomiale elaborano un nesso profondo tra funzione e forma, tra presupposti del trattamento segregativo e caratteri dell’architettura. Il sistema a padiglioni risulta, in particolare, utile a interpretare criteri e relazioni fondate sui nuovi presupposti scientifici di osservazione, diagnosi e trattamento, concretizzando l’istanza meccanicistica di massimo controllo e rispondendo alle esigenze di ordine, che nell’800 avevano guidato anche la pianificazione delle città. Divenuto figura paradigmatica di efficienza e modernità nella cura delle malattie psichiatriche, il sistema tipo-morfologico a padiglioni individua nei singoli tipi edilizi che lo compongono dirette corrispondenze rispetto al diagramma funzionale di separazione dei ricoverati in base al sesso, alla patologia, alla terapia. La questione igienica introduce inoltre la dislocazione territoriale dei presidi psichiatrici favorendo ubicazioni suburbane, dotate di grandi spazi liberi per giardini, coltivazioni agricole e laboratori ergoterapici, ritenuti essenziali per il trattamento morale delle malattie mentali. Le caratteristiche di luogo periferico, inclusivo e autosufficiente si condensano nell’ospedale psichiatrico Paolo Pini a Milano, realizzato negli anni 1921-24 nel quartiere di Affori, dove la scelta del sito e le regole dispositive dei padiglioni si rappresentano in un modello morfologico autoreferenziale ed estraneo all’ambiente circostante. L’impostazione del complesso risulta basata su uno schema a griglia, precisato da un asse centrale di simmetria, dedicato agli edifici dei servizi comuni, mentre ruotati di 45° sono dislocati i padiglioni laterali di osservazione e cura. Negli anni ’50 del ’900, l’importanza del ruolo territoriale di questo ospedale pone le condizioni per l’avvio di una serie di interventi di ampliamento che innovano lo schema organizzativo originario, ma già alla fine degli anni ’60 inizia una fase di trasformazione ed erosione della sua estesa cornice naturalistica, con il potenziamento delle infrastrutture viabilistiche contermini e la nascita di nuovi insediamenti residenziali. A seguito di un progressivo processo di dismissione e rifunzionalizzazione “spontanea”, imposto dalla “riforma Basaglia” del 1978, l’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini appare oggi un caso emblematico tra persistenza fisica dei caratteri distintivi e alterazione del loro significato, la cui disconnessione è intervenuta sia con i mutamenti degli usi originari sia con la crescita informale della periferia contemporanea. L’attuale forzata prossimità dell’impianto morfologico con figure e geometrie non congruenti alla sua natura dispositiva evidenzia tra i temi di progetto per il recupero dell’ex ospedale quelli alla scala urbana e ambientale, parallelamente ai temi di carattere edilizio sui singoli manufatti. L’integrazione architettonica del rigido schema organizzativo dell’impianto e il ridisegno dei suoi margini possono infatti originare un nuovo ordine formale e organizzativo orientato alla valorizzazione dell’identità del luogo.

Dalla storia al progetto: recupero e valorizzazione dell'ex Ospedale psichiatrico Paolo Pini a Milano

GALLIANI, PIERFRANCO
2013

Abstract

Tra metà ’800 e anni ’50 del ’900, finalità e pratiche dell’architettura manicomiale elaborano un nesso profondo tra funzione e forma, tra presupposti del trattamento segregativo e caratteri dell’architettura. Il sistema a padiglioni risulta, in particolare, utile a interpretare criteri e relazioni fondate sui nuovi presupposti scientifici di osservazione, diagnosi e trattamento, concretizzando l’istanza meccanicistica di massimo controllo e rispondendo alle esigenze di ordine, che nell’800 avevano guidato anche la pianificazione delle città. Divenuto figura paradigmatica di efficienza e modernità nella cura delle malattie psichiatriche, il sistema tipo-morfologico a padiglioni individua nei singoli tipi edilizi che lo compongono dirette corrispondenze rispetto al diagramma funzionale di separazione dei ricoverati in base al sesso, alla patologia, alla terapia. La questione igienica introduce inoltre la dislocazione territoriale dei presidi psichiatrici favorendo ubicazioni suburbane, dotate di grandi spazi liberi per giardini, coltivazioni agricole e laboratori ergoterapici, ritenuti essenziali per il trattamento morale delle malattie mentali. Le caratteristiche di luogo periferico, inclusivo e autosufficiente si condensano nell’ospedale psichiatrico Paolo Pini a Milano, realizzato negli anni 1921-24 nel quartiere di Affori, dove la scelta del sito e le regole dispositive dei padiglioni si rappresentano in un modello morfologico autoreferenziale ed estraneo all’ambiente circostante. L’impostazione del complesso risulta basata su uno schema a griglia, precisato da un asse centrale di simmetria, dedicato agli edifici dei servizi comuni, mentre ruotati di 45° sono dislocati i padiglioni laterali di osservazione e cura. Negli anni ’50 del ’900, l’importanza del ruolo territoriale di questo ospedale pone le condizioni per l’avvio di una serie di interventi di ampliamento che innovano lo schema organizzativo originario, ma già alla fine degli anni ’60 inizia una fase di trasformazione ed erosione della sua estesa cornice naturalistica, con il potenziamento delle infrastrutture viabilistiche contermini e la nascita di nuovi insediamenti residenziali. A seguito di un progressivo processo di dismissione e rifunzionalizzazione “spontanea”, imposto dalla “riforma Basaglia” del 1978, l’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini appare oggi un caso emblematico tra persistenza fisica dei caratteri distintivi e alterazione del loro significato, la cui disconnessione è intervenuta sia con i mutamenti degli usi originari sia con la crescita informale della periferia contemporanea. L’attuale forzata prossimità dell’impianto morfologico con figure e geometrie non congruenti alla sua natura dispositiva evidenzia tra i temi di progetto per il recupero dell’ex ospedale quelli alla scala urbana e ambientale, parallelamente ai temi di carattere edilizio sui singoli manufatti. L’integrazione architettonica del rigido schema organizzativo dell’impianto e il ridisegno dei suoi margini possono infatti originare un nuovo ordine formale e organizzativo orientato alla valorizzazione dell’identità del luogo.
I complessi manicomiali in Italia tra Otto e Novecento
978-88-370-9648-9
Ospedali psichiatrici, sistema morfologico a padiglioni, dismissione, recupero urbano
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/11311/760715
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