La città sorge su un’area che col tempo muta, assume profili, significati e riferimenti diversi. La sua forma, infatti, è l’esito dell’azione ininterrotta dei molti tempi che l’hanno interessata. Questo ci fa capire come la pratica dell’architettura sia per definizione contestuale: ogni momento della storia è caratterizzato da un intervento architettonico che lascia sul suolo urbano un’impronta significativa. La città presenta su di sé un intreccio di permanenze, un groviglio di segni e tracce che rimandano alla complessità della narrazione storica che l’ha coinvolta. I luoghi ritrovati sono i luoghi scoperti alla luce di queste permanenze che si identificano con gli elementi originari del tessuto urbano, frutto della volontà collettiva e della continuità dei fatti urbani. Per individuare gli strati della storia celati sotto gli strati di città più recenti, il nostro impegno conoscitivo deve andare in profondità, spingersi oltre la superficie per adottare uno sguardo e un atteggiamento che si orienti nella direzione della storia come racconto, ma anche come metodologia esplorativa, come indagine. Capire i caratteri della storia e interpretarla come scrittura (historía-graphía) consente di concepire l’architettura come una forma che si struttura, stratiforme, e come un sapere che intreccia con altri saperi. In quest’ottica il suolo non è più da intendersi come superficie piatta e liscia, ma anch’esso come una totalità di strati che si conservano e si trasformano, materia de-formata, segnata, ricca di tracce cariche di senso e di identità, che vi sono soggiacciono e che compongono quella che può essere sintetizzata come materia urbana indecomponibile . Con questo concetto si mostra come il luogo possieda una sua memoria vasta e differenziata perché il passato non è uno, ma molteplice e il suolo è sostanza stratificata in continua mutazione, specchio della plurima faccia del tempo. Ecco che i «luoghi ritrovati» sono quelli scoperti grazie ad una lettura stratigrafica del suolo. Gli strati si rivelano come “piani” sovrapposti, interferenti, sorti in seguito alle operazioni di sovrapposizione, sostituzione e trascrizione di segni. I continui interventi che scrivono e ri-scrivono l’humus urbano non cancellano né oscurano i segni e i passaggi precedenti che rimangono incisi in maniera indelebile sul suolo: territorio profondamente solcato e attraversato dall’azione trasformativa dell’uomo. L’architettura non è, quindi, consumo di suolo, ma comprensione e dialogo col tessuto urbano nella sua vastità e diversità, nonché con la geografia e la storia che lo attraversano. Progettare, infatti, significa prima di tutto interpretare un luogo, un linguaggio, una cultura, mettersi in ascolto di miti antichi e remote scoperte perché sono gli strati della storia che ci affascinano e ci emozionano. Come abbiamo appreso dopo Heidegger, con il concetto di Dasein, l’uomo non è presente nel mondo come una cosa, bensì esiste; analogamente, possiamo dire che l’architettura non è una cosa fra le altre cose, ma è quella presenza che conferisce all’uomo la sua dignità di abitante e di cittadino. Con «luoghi ritrovati» si intende identificare l’architettura come gesto consapevole e responsabile che è in grado innanzitutto di interpretare correttamente un luogo: materia dinamica, biologica ed urbana, naturale ed artificiale allo stesso tempo. Esso non è costituito dalla semplice somma dei manufatti presenti, ma anche dalle tracce che resistono all’inesorabile scorrere del tempo e al cambiamento della città e del paesaggio. Grazie ad un’interpretazione stratigrafica dei luoghi noi ce ne riappropriamo, questo significa che siamo ancora in tempo per costruire ed inventare un’architettura che sia valida e credibile.

Luoghi Ritrovati_Segni Complementari

DALL'ASTA, JUAN CARLOS
2012

Abstract

La città sorge su un’area che col tempo muta, assume profili, significati e riferimenti diversi. La sua forma, infatti, è l’esito dell’azione ininterrotta dei molti tempi che l’hanno interessata. Questo ci fa capire come la pratica dell’architettura sia per definizione contestuale: ogni momento della storia è caratterizzato da un intervento architettonico che lascia sul suolo urbano un’impronta significativa. La città presenta su di sé un intreccio di permanenze, un groviglio di segni e tracce che rimandano alla complessità della narrazione storica che l’ha coinvolta. I luoghi ritrovati sono i luoghi scoperti alla luce di queste permanenze che si identificano con gli elementi originari del tessuto urbano, frutto della volontà collettiva e della continuità dei fatti urbani. Per individuare gli strati della storia celati sotto gli strati di città più recenti, il nostro impegno conoscitivo deve andare in profondità, spingersi oltre la superficie per adottare uno sguardo e un atteggiamento che si orienti nella direzione della storia come racconto, ma anche come metodologia esplorativa, come indagine. Capire i caratteri della storia e interpretarla come scrittura (historía-graphía) consente di concepire l’architettura come una forma che si struttura, stratiforme, e come un sapere che intreccia con altri saperi. In quest’ottica il suolo non è più da intendersi come superficie piatta e liscia, ma anch’esso come una totalità di strati che si conservano e si trasformano, materia de-formata, segnata, ricca di tracce cariche di senso e di identità, che vi sono soggiacciono e che compongono quella che può essere sintetizzata come materia urbana indecomponibile . Con questo concetto si mostra come il luogo possieda una sua memoria vasta e differenziata perché il passato non è uno, ma molteplice e il suolo è sostanza stratificata in continua mutazione, specchio della plurima faccia del tempo. Ecco che i «luoghi ritrovati» sono quelli scoperti grazie ad una lettura stratigrafica del suolo. Gli strati si rivelano come “piani” sovrapposti, interferenti, sorti in seguito alle operazioni di sovrapposizione, sostituzione e trascrizione di segni. I continui interventi che scrivono e ri-scrivono l’humus urbano non cancellano né oscurano i segni e i passaggi precedenti che rimangono incisi in maniera indelebile sul suolo: territorio profondamente solcato e attraversato dall’azione trasformativa dell’uomo. L’architettura non è, quindi, consumo di suolo, ma comprensione e dialogo col tessuto urbano nella sua vastità e diversità, nonché con la geografia e la storia che lo attraversano. Progettare, infatti, significa prima di tutto interpretare un luogo, un linguaggio, una cultura, mettersi in ascolto di miti antichi e remote scoperte perché sono gli strati della storia che ci affascinano e ci emozionano. Come abbiamo appreso dopo Heidegger, con il concetto di Dasein, l’uomo non è presente nel mondo come una cosa, bensì esiste; analogamente, possiamo dire che l’architettura non è una cosa fra le altre cose, ma è quella presenza che conferisce all’uomo la sua dignità di abitante e di cittadino. Con «luoghi ritrovati» si intende identificare l’architettura come gesto consapevole e responsabile che è in grado innanzitutto di interpretare correttamente un luogo: materia dinamica, biologica ed urbana, naturale ed artificiale allo stesso tempo. Esso non è costituito dalla semplice somma dei manufatti presenti, ma anche dalle tracce che resistono all’inesorabile scorrere del tempo e al cambiamento della città e del paesaggio. Grazie ad un’interpretazione stratigrafica dei luoghi noi ce ne riappropriamo, questo significa che siamo ancora in tempo per costruire ed inventare un’architettura che sia valida e credibile.
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