Nella sequenza di leggende di “Prometeo” (1918), brevissima gemma tra gli splendidi “mitologemi” di Franz Kafka, vediamo il titano “inchiodato al Caucaso”, quindi “addossato sempre più alla roccia fino a diventare con essa una cosa sola”, poi dimenticato da tutti e anche da lui stesso che alla fine, per stanchezza degli dèi e della sua stessa ferita, “non aveva più motivo di essere”. Alla “fine del mito”, “rimase l’inspiegabile montagna rocciosa” - scrive Kafka - “la leggenda tenta di spiegare l’inspiegabile. Siccome proviene da un fondo di verità, deve terminare nell’inspiegabile”. Al racconto kafkiano - e ad altri aspetti non meno enigmatici di una possibile “filosofia della montagna”, nonché della stessa categoria di “paesaggio” - è ispirato il titolo “L’inspiegabile montagna. Breve viaggio alle origini di una strana passione” (di Lorenzo Giacomini), tra i saggi introduttivi del volume “Estetica del paesaggio”, qui schedato. Soggetto per eccellenza, inchiodato in eterno al proprio dolore e alla propria coscienza, il Prometeo kafkiano “svanisce” alla fine in quella scena statuaria sul Caucaso dove si è consumata interamente la sua storia, come se questa non fosse mai esistita. Kafka fa letteralmente “sparire” l’azione nella natura, “nella sua forma immobile, indistruttibile e non storica per antonomasia, la montagna rocciosa”, così Hans Blumenberg in conclusione emblematica e titanica del suo grandioso “Arbeit am Mythos” (1979): “Solo l’inorganico dura oltre la storia. In cambio esso è l’inspiegabile, per il quale ad ogni modo non c’è più nessuno per esigere la spiegazione”. In questa fine del mito nella “strana roccia” prometeica - immagine di compenetrazione, “ibridazione” assoluta tra soggettività e natura, tra organico e inorganico, tra passione e montagna - possiamo visualizzare elementi essenziali della moderna concezione del paesaggio, già formulata nelle poche ma fondamentali pagine di “Filosofia del paesaggio” di Georg Simmel (1912), incluse nell’antologia di “Estetica del paesaggio”. Fino ai nostri giorni e a recenti versioni, come quella geografica di Augustin Berque (per es. “Médiance de milieux en paysages”), permane in modo sostanziale l’intuizione simmeliana di una “oggettività di paesaggio” come “senso” materialmente sedimentato nell’inestricabile “trama” naturale/artificiale dell’ambiente umano: concetto che conserva tuttora importanti implicazioni per la progettazione architettonico-urbanistica, nonché per i principi dell’ordinamento giuridico internazionale (come nel caso della Convenzione Europea del paesaggio). I saggi e le sezioni antologiche di “Estetica del paesaggio” sul tema della montagna vanno a supporto di questo basilare concetto di paesaggio, mostrando come tra Settecento e Ottocento, tra Illuminismo e Romanticismo, abbia origine una nuova configurazione culturale tipicamente moderna e tuttora fiorente, dove il paesaggio diviene terreno sperimentale di una nuova soggettività, che può immergersi in una titanica simbiosi psichica con la natura (Ludwig Tieck: “La montagna runica”, capostipite di molti generi letterari contemporanei); oppure misurarsi in una prassi “metafisica”, in imprese prometeiche ed estreme che la conducono fino al “limite della vita”, fino a zone “oltreumane” che per culture non occidentali sono territorio puramente mentale (Reinhold Messner: “Nirvana”, da “Il limite della vita”, 1980).

Estetica del paesaggio

GIACOMINI, LORENZO;VENTURI FERRIOLO, MASSIMO
1999-01-01

Abstract

Nella sequenza di leggende di “Prometeo” (1918), brevissima gemma tra gli splendidi “mitologemi” di Franz Kafka, vediamo il titano “inchiodato al Caucaso”, quindi “addossato sempre più alla roccia fino a diventare con essa una cosa sola”, poi dimenticato da tutti e anche da lui stesso che alla fine, per stanchezza degli dèi e della sua stessa ferita, “non aveva più motivo di essere”. Alla “fine del mito”, “rimase l’inspiegabile montagna rocciosa” - scrive Kafka - “la leggenda tenta di spiegare l’inspiegabile. Siccome proviene da un fondo di verità, deve terminare nell’inspiegabile”. Al racconto kafkiano - e ad altri aspetti non meno enigmatici di una possibile “filosofia della montagna”, nonché della stessa categoria di “paesaggio” - è ispirato il titolo “L’inspiegabile montagna. Breve viaggio alle origini di una strana passione” (di Lorenzo Giacomini), tra i saggi introduttivi del volume “Estetica del paesaggio”, qui schedato. Soggetto per eccellenza, inchiodato in eterno al proprio dolore e alla propria coscienza, il Prometeo kafkiano “svanisce” alla fine in quella scena statuaria sul Caucaso dove si è consumata interamente la sua storia, come se questa non fosse mai esistita. Kafka fa letteralmente “sparire” l’azione nella natura, “nella sua forma immobile, indistruttibile e non storica per antonomasia, la montagna rocciosa”, così Hans Blumenberg in conclusione emblematica e titanica del suo grandioso “Arbeit am Mythos” (1979): “Solo l’inorganico dura oltre la storia. In cambio esso è l’inspiegabile, per il quale ad ogni modo non c’è più nessuno per esigere la spiegazione”. In questa fine del mito nella “strana roccia” prometeica - immagine di compenetrazione, “ibridazione” assoluta tra soggettività e natura, tra organico e inorganico, tra passione e montagna - possiamo visualizzare elementi essenziali della moderna concezione del paesaggio, già formulata nelle poche ma fondamentali pagine di “Filosofia del paesaggio” di Georg Simmel (1912), incluse nell’antologia di “Estetica del paesaggio”. Fino ai nostri giorni e a recenti versioni, come quella geografica di Augustin Berque (per es. “Médiance de milieux en paysages”), permane in modo sostanziale l’intuizione simmeliana di una “oggettività di paesaggio” come “senso” materialmente sedimentato nell’inestricabile “trama” naturale/artificiale dell’ambiente umano: concetto che conserva tuttora importanti implicazioni per la progettazione architettonico-urbanistica, nonché per i principi dell’ordinamento giuridico internazionale (come nel caso della Convenzione Europea del paesaggio). I saggi e le sezioni antologiche di “Estetica del paesaggio” sul tema della montagna vanno a supporto di questo basilare concetto di paesaggio, mostrando come tra Settecento e Ottocento, tra Illuminismo e Romanticismo, abbia origine una nuova configurazione culturale tipicamente moderna e tuttora fiorente, dove il paesaggio diviene terreno sperimentale di una nuova soggettività, che può immergersi in una titanica simbiosi psichica con la natura (Ludwig Tieck: “La montagna runica”, capostipite di molti generi letterari contemporanei); oppure misurarsi in una prassi “metafisica”, in imprese prometeiche ed estreme che la conducono fino al “limite della vita”, fino a zone “oltreumane” che per culture non occidentali sono territorio puramente mentale (Reinhold Messner: “Nirvana”, da “Il limite della vita”, 1980).
Angelo Guerini e Associati
8881071118
paesaggio; montagna; alpinismo; estetica; moderno; élite; massa; mito; sublime; orrido; pericolo; estremo; organico-inorganico; simbiosi; ibridazione; titanismo; Prometeo; Nirvana; Messner; Buzzati; Blumenberg; Kafka; Schama; Simmel; Burke; Kant; Hegel; Tieck; Petrarca
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11311/662549
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