Il più grande architetto slavo del XX secolo, Joze Plecnik, da mitteleuropeo quale era avrebbe forse capito bene la situazione attuale dei paesi balcanici: da un’identità – forzata e costruita da Tito – a molte identità che ancora mancano di contenuto e rappresentazione. L’unica realtà distintiva che oggi si vede sono le frontiere: tante e vicine, a tratti surreali. Provate ad immaginare un vecchio ingresso scolastico in cui gli alunni e le alunne entrano da portoni separati per poi ritrovarsi nel medesimo atrio. Questione di forma senza contenuto, apparenza che non ha ancoraavuto il tempo di divenire sostanza. Senza equivoci: questa è un’analisi da architetto, non da sociologo. Non entro nelle questioni etniche ed antropologiche, nelle differenze culturali e religiose che da sempre caratterizzano la polveriera balcanica, ma rivendico il diritto di un’analisi scientifica condotta nei termini di una “pura visibilità” secondo i modelli di Konrad Fiedler e di Lisl Brewster Hildebrand. Saper conoscere attraverso gli occhi, vedere i fenomeni e catalogarli non solo attraverso una memoria letteraria erudita ma anche mediante un bagaglio iconografico di forme è, oggi, una questione fondativa per il futuro. Quante città, dal dopo-guerra ad oggi, sono state devastate dall’insensibilità visiva di molti urbanisti intellettuali? Si è pensato che lo zoning fosse la risoluzione di tutti i problemi, ma ci si è accorti che delle chiazze di colore indicanti destinazioni d’uso del territorio non potevano dare nessuna garanzia di buona forma urbana. Quel disegno urbano che era demandato ai professionisti in applicazione delle previsioni di piano, ma con nessuna indicazione di forma.

Ricostruzione della Jugoslavia

BIANCHI, ALESSANDRO
2008

Abstract

Il più grande architetto slavo del XX secolo, Joze Plecnik, da mitteleuropeo quale era avrebbe forse capito bene la situazione attuale dei paesi balcanici: da un’identità – forzata e costruita da Tito – a molte identità che ancora mancano di contenuto e rappresentazione. L’unica realtà distintiva che oggi si vede sono le frontiere: tante e vicine, a tratti surreali. Provate ad immaginare un vecchio ingresso scolastico in cui gli alunni e le alunne entrano da portoni separati per poi ritrovarsi nel medesimo atrio. Questione di forma senza contenuto, apparenza che non ha ancoraavuto il tempo di divenire sostanza. Senza equivoci: questa è un’analisi da architetto, non da sociologo. Non entro nelle questioni etniche ed antropologiche, nelle differenze culturali e religiose che da sempre caratterizzano la polveriera balcanica, ma rivendico il diritto di un’analisi scientifica condotta nei termini di una “pura visibilità” secondo i modelli di Konrad Fiedler e di Lisl Brewster Hildebrand. Saper conoscere attraverso gli occhi, vedere i fenomeni e catalogarli non solo attraverso una memoria letteraria erudita ma anche mediante un bagaglio iconografico di forme è, oggi, una questione fondativa per il futuro. Quante città, dal dopo-guerra ad oggi, sono state devastate dall’insensibilità visiva di molti urbanisti intellettuali? Si è pensato che lo zoning fosse la risoluzione di tutti i problemi, ma ci si è accorti che delle chiazze di colore indicanti destinazioni d’uso del territorio non potevano dare nessuna garanzia di buona forma urbana. Quel disegno urbano che era demandato ai professionisti in applicazione delle previsioni di piano, ma con nessuna indicazione di forma.
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