A partire dalle questioni sollevate dal libro di Salvatore Settis Futuro del “classico”, il saggio indaga le diverse accezioni interpretative ed espressive secondo cui la nozione di “classico” è sempre stata oggetto nella storia dell’architettura occidentale, sottolineando in primo luogo la ambiguità tra un uso del termine “classico” come categoria di periodizzazione storica e uno come categoria estetica, tendente a indicare caratteri di equilibrio, misura, stabilità formale, intesi come valori universali, permanenti e atemporali. La riflessione, al di là dell’ambito strettamente estetico-speculativo, si sviluppa attraverso alcuni esempi paradigmatici, indagati ciascuno per le specifiche caratteristiche, dalla Mileto di Ippodamo all’opera di Brunelleschi, dal razionalismo classicista di Perret, Asplund, Mies van der Rohe al classicismo plastico del Le Corbusier del Convento della Tourette o del Campidoglio di Chandigarh fino all’esperienza emblematica di Aldo Rossi. L’analisi si conclude con la domanda se oggi sia ancora possibile perseguire una dimensione classica nell’architettura, anche considerando un noto saggio di Peter Eisenman del 1984 appunto intitolato La fine del classico. Quanto meno per il contesto italiano la conclusione enunciata nel saggio si sofferma su un carattere peculiare che segna l’originalità dell’architettura moderna italiana nel corrispondente panorama europeo, vale a dire la persistenza di un retaggio classico come elemento costitutivo di un’esperienza della modernità che trova in due opere come il Salone d’onore alla VI Triennale di Milano di Edoardo Persico, del 1936, e il progetto del Danteum di Terragni e Lingeri, del 1938, due archetipi di quella classicità che da sempre incombe sull’architettura italiana, i cui insegnamenti si prolungano nel dopoguerra e sono tuttora operanti.

Domande sul "classico"

BORDOGNA, ENRICO
2008

Abstract

A partire dalle questioni sollevate dal libro di Salvatore Settis Futuro del “classico”, il saggio indaga le diverse accezioni interpretative ed espressive secondo cui la nozione di “classico” è sempre stata oggetto nella storia dell’architettura occidentale, sottolineando in primo luogo la ambiguità tra un uso del termine “classico” come categoria di periodizzazione storica e uno come categoria estetica, tendente a indicare caratteri di equilibrio, misura, stabilità formale, intesi come valori universali, permanenti e atemporali. La riflessione, al di là dell’ambito strettamente estetico-speculativo, si sviluppa attraverso alcuni esempi paradigmatici, indagati ciascuno per le specifiche caratteristiche, dalla Mileto di Ippodamo all’opera di Brunelleschi, dal razionalismo classicista di Perret, Asplund, Mies van der Rohe al classicismo plastico del Le Corbusier del Convento della Tourette o del Campidoglio di Chandigarh fino all’esperienza emblematica di Aldo Rossi. L’analisi si conclude con la domanda se oggi sia ancora possibile perseguire una dimensione classica nell’architettura, anche considerando un noto saggio di Peter Eisenman del 1984 appunto intitolato La fine del classico. Quanto meno per il contesto italiano la conclusione enunciata nel saggio si sofferma su un carattere peculiare che segna l’originalità dell’architettura moderna italiana nel corrispondente panorama europeo, vale a dire la persistenza di un retaggio classico come elemento costitutivo di un’esperienza della modernità che trova in due opere come il Salone d’onore alla VI Triennale di Milano di Edoardo Persico, del 1936, e il progetto del Danteum di Terragni e Lingeri, del 1938, due archetipi di quella classicità che da sempre incombe sull’architettura italiana, i cui insegnamenti si prolungano nel dopoguerra e sono tuttora operanti.
Classico
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