Negli anni duemila si chiude, nei fatti, la stagione dell’intervento pubblico via ‘finanziamento diretto (edilizia sovvenzionata e convenzionata) e si definiscono, con non poche lentezze ed incertezze, le basi sulle quali costruire un nuovo corso per le politiche di housing. La domanda di casa non esprime quindi solo la domanda delle famiglie e delle persone che cercano un alloggio ma anche, e più profondamente, una (nuova) domanda di politiche. Nel momento di transizione che cosa è necessario fare, dove risulta opportuno investire, su quali ‘componenti’ del processo è strategico intervenire? Questi interrogativi costituiscono lo sfondo del contributo che procede guardando al passato delle politiche abitative come fonte di prime possibili argomentazioni e risposte. Tre sono le indicazioni generali che provengono dalla storia delle politiche abitative. La prima riguarda la costruzione di un ‘accordo largo’ sulla casa che agli inizi del Novecento ha dato il via alle prime realizzazioni di case popolari ed economiche. Le prime forme di partenariato pubblico-privato sono all’origine della costituzione degli IACP che nascono mettendo insieme capitali, risorse, disponibilità e combinando interessi diversi (la necessità di case per gli operai delle grandi industrie meccaniche e siderurgiche e il bisogno di alloggiare i nuovi abitanti in cerca di occupazione provenienti dalle campagne povere). Ancora oggi torna con forza la richiesta di definire e raggiungere un accordo largo che metta insieme, diversamente ma analogamente a quanto accaduto un secolo fa, pubblico e privato in un percorso comune di azione. Il secondo tema esce dall’intervento abitativo che ha avuto luogo nel ventennio fascista che, pur contrario alle dinamiche di inurbamento, si è preoccupato di articolare le tipologie abitative prodotte a secondo delle possibilità di spesa delle famiglie: accanto alle case popolari nascono le case economiche, ultrapopolari, minime che, se da un lato segmentano la domanda sociale segregandola, dall’altro adattano il prodotto (e quindi il progetto) alle differenti domande, riconoscendone la pluralità e la differenza interna che, per certi aspetti, si contrappone alla forte omologazione e standardizzazione che andrà a caratterizzare gli anni Sessanta e Settanta. Non si tratta di domanda abitativa ma di domande abitative. La terza ‘lezione’ che arriva dal passato interessa il periodo del dopoguerra (anni Cinquanta e Sessanta). L’elemento interessante di questa parentesi storica riguarda la moltiplicazione degli operatori. Tanto il pubblico quanto il privato intervengono nel campo della casa dando vita a soggetti nuovi e dedicati . E’ una fase di proliferazione delle istituzioni deputate ad intervenire: i ministeri, gli Istituti Autonomi Case Popolari, il Demanio, i singoli Comuni ai quali si associano, i fondi pensione, le assicurazioni, le banche, alcuni grandi industriali determinano una fase di vivacità e di vitalità delle politiche abitative producendo un movimento che, pur difficile da governare e coordinare, porta alla produzione di quote consistenti di alloggi diversamente in grado di rispondere alle domande di ingresso nel mercato della casa. Sono anche gli anni in cui, complessivamente, lo stock destinato alla locazione nelle grandi città italiane supera di diversi punti percentuali le case in proprietà. Sono gli anni della mobilità sociale (e territoriale), del boom economico, dell’apertura di nuove possibilità dove il processo di acceleraizone è anticipato e seguito anche dal mercato immobiliare. La facilità con cui si accede alla casa semplifica, più in generale, la possibilità di accedere a nuove occasioni di sviluppo e di crescita. La disponibilità di alloggi in affitto sembra essere collegata alla mobilità sociale ed economica; questione anch’essa che merita oggi di essere ripresa e nuovamente considerata.

La ripresa della questione abitativa. Il senso di una domanda

RABAIOTTI, GABRIELE
2004

Abstract

Negli anni duemila si chiude, nei fatti, la stagione dell’intervento pubblico via ‘finanziamento diretto (edilizia sovvenzionata e convenzionata) e si definiscono, con non poche lentezze ed incertezze, le basi sulle quali costruire un nuovo corso per le politiche di housing. La domanda di casa non esprime quindi solo la domanda delle famiglie e delle persone che cercano un alloggio ma anche, e più profondamente, una (nuova) domanda di politiche. Nel momento di transizione che cosa è necessario fare, dove risulta opportuno investire, su quali ‘componenti’ del processo è strategico intervenire? Questi interrogativi costituiscono lo sfondo del contributo che procede guardando al passato delle politiche abitative come fonte di prime possibili argomentazioni e risposte. Tre sono le indicazioni generali che provengono dalla storia delle politiche abitative. La prima riguarda la costruzione di un ‘accordo largo’ sulla casa che agli inizi del Novecento ha dato il via alle prime realizzazioni di case popolari ed economiche. Le prime forme di partenariato pubblico-privato sono all’origine della costituzione degli IACP che nascono mettendo insieme capitali, risorse, disponibilità e combinando interessi diversi (la necessità di case per gli operai delle grandi industrie meccaniche e siderurgiche e il bisogno di alloggiare i nuovi abitanti in cerca di occupazione provenienti dalle campagne povere). Ancora oggi torna con forza la richiesta di definire e raggiungere un accordo largo che metta insieme, diversamente ma analogamente a quanto accaduto un secolo fa, pubblico e privato in un percorso comune di azione. Il secondo tema esce dall’intervento abitativo che ha avuto luogo nel ventennio fascista che, pur contrario alle dinamiche di inurbamento, si è preoccupato di articolare le tipologie abitative prodotte a secondo delle possibilità di spesa delle famiglie: accanto alle case popolari nascono le case economiche, ultrapopolari, minime che, se da un lato segmentano la domanda sociale segregandola, dall’altro adattano il prodotto (e quindi il progetto) alle differenti domande, riconoscendone la pluralità e la differenza interna che, per certi aspetti, si contrappone alla forte omologazione e standardizzazione che andrà a caratterizzare gli anni Sessanta e Settanta. Non si tratta di domanda abitativa ma di domande abitative. La terza ‘lezione’ che arriva dal passato interessa il periodo del dopoguerra (anni Cinquanta e Sessanta). L’elemento interessante di questa parentesi storica riguarda la moltiplicazione degli operatori. Tanto il pubblico quanto il privato intervengono nel campo della casa dando vita a soggetti nuovi e dedicati . E’ una fase di proliferazione delle istituzioni deputate ad intervenire: i ministeri, gli Istituti Autonomi Case Popolari, il Demanio, i singoli Comuni ai quali si associano, i fondi pensione, le assicurazioni, le banche, alcuni grandi industriali determinano una fase di vivacità e di vitalità delle politiche abitative producendo un movimento che, pur difficile da governare e coordinare, porta alla produzione di quote consistenti di alloggi diversamente in grado di rispondere alle domande di ingresso nel mercato della casa. Sono anche gli anni in cui, complessivamente, lo stock destinato alla locazione nelle grandi città italiane supera di diversi punti percentuali le case in proprietà. Sono gli anni della mobilità sociale (e territoriale), del boom economico, dell’apertura di nuove possibilità dove il processo di acceleraizone è anticipato e seguito anche dal mercato immobiliare. La facilità con cui si accede alla casa semplifica, più in generale, la possibilità di accedere a nuove occasioni di sviluppo e di crescita. La disponibilità di alloggi in affitto sembra essere collegata alla mobilità sociale ed economica; questione anch’essa che merita oggi di essere ripresa e nuovamente considerata.
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