Il saggio indaga due progetti d'interni di Nanda Vigo: Casa Meneguzzo a Malo (Vicenza), realizzata tra il 1965 e il 1969, e la Casa Museo Remo Brindisi al Lido di Spina, frazione di Comacchio (Ferrara), sviluppata tra il 1967 e il 1971 conservati presso il CASVA di Milano nel fondo Nanda Vigo donato dagli eredi. In entrambi i lavori, concepiti in un arco temporale ravvicinato, l'abitare e l'esporre si fondono in un unico principio progettuale: la collezione d'arte diventa struttura fondante dello spazio interno. Più che una ricostruzione storica, il testo propone una lettura dell'archivio come dispositivo di memoria attiva: l'allestimento dei materiali conservati (disegni, corrispondenza, fotografie, documentazione fotografica) è concepito come traduzione narrativa e visiva delle relazioni che hanno legato la progettista ai committenti e agli artisti coinvolti. Il saggio assume come riferimento l'assunto secondo cui la forma espressiva dell'archivio risiede nell'essere il risultato del processo evolutivo della società che lo ha istituito. L'accesso al fondo, non ancora indicizzato, ha permesso di confrontare due lavori accomunati dal tema del "trovare casa" per una collezione d'arte, pur nella diversità di premesse, committenza e processi di realizzazione. Il primo progetto, commissionato dal geometra e collezionista Giobatta Meneguzzo, interviene su una casa per vacanze già definita da Gio Ponti e pubblicata su Domus n. 414 (maggio 1964) come esempio di casa ideale: un piccolo organismo coperto da un grande tetto "a foglia". Vigo trasforma la casa per vacanze in un'abitazione stabile, adottando una soluzione che rivoluziona la disposizione interna: un unico ambiente astratto, continuum di pavimento e pareti in gres vetrificato bianco, arricchito da una grande parete a rilievo di Enrico Castellani e da un decoro optical di Julio Le Parc posto a divisione di zona; il vero polo delle attività domestiche. L'intera gamma di interventi è attraversata da tubi al neon e integrata dal rivestimento in ceramica bianca, in continuità con la lezione materica di Ponti. Completa il progetto il piano interrato destinato alla collezione, raggiungibile tramite una scala elicoidale rivestita in pelliccia sintetica e illuminata da un oculo ricavato ex novo in copertura: una scelta che destina alle opere uno spazio equivalente a quello della vita familiare. Il secondo progetto nasce dalla volontà dell'artista Remo Brindisi di affidare all'amica e progettista, nel 1967, la concezione di una casa-museo programmaticamente dedicata al dialogo tra le arti, da lui stesso definita "Museo Alternativo". Decaduta l'ipotesi milanese, l'edificio al Lido di Spina assume la duplice funzione di casa di vacanza per la famiglia e gli amici e di spazio espositivo aperto al pubblico. In entrambi i progetti le opere non svolgono una funzione decorativa, ma partecipano attivamente alla costruzione dell'ambiente, in una concezione dell'interno come opera in scala architettonica, dove il tema del cronotopo e delle pareti cronotopiche ne orienta l'esperienza percettiva. In questo incontro tra arte, luce e materia si compie l'intuizione dell'autrice: trasformare lo spazio abitato in esperienza totale, dove vivere diventa parte dell'opera stessa. Letto attraverso i due progetti, l'archivio restituisce la complessità del processo progettuale e la densità dei legami umani, intellettuali e artistici che lo hanno alimentato: case, musei e archivi diventano così dispositivi di memoria attiva, in cui il progetto continua a interrogare il presente.

Casa come “museo alternativo” . I progetti di Nanda Vigo per gli interni di Casa Meneguzzo (Lo scarabeo sotto la foglia di Gio Ponti) e per la Casa Museo Remo Brindisi

M. Brenna
2026-01-01

Abstract

Il saggio indaga due progetti d'interni di Nanda Vigo: Casa Meneguzzo a Malo (Vicenza), realizzata tra il 1965 e il 1969, e la Casa Museo Remo Brindisi al Lido di Spina, frazione di Comacchio (Ferrara), sviluppata tra il 1967 e il 1971 conservati presso il CASVA di Milano nel fondo Nanda Vigo donato dagli eredi. In entrambi i lavori, concepiti in un arco temporale ravvicinato, l'abitare e l'esporre si fondono in un unico principio progettuale: la collezione d'arte diventa struttura fondante dello spazio interno. Più che una ricostruzione storica, il testo propone una lettura dell'archivio come dispositivo di memoria attiva: l'allestimento dei materiali conservati (disegni, corrispondenza, fotografie, documentazione fotografica) è concepito come traduzione narrativa e visiva delle relazioni che hanno legato la progettista ai committenti e agli artisti coinvolti. Il saggio assume come riferimento l'assunto secondo cui la forma espressiva dell'archivio risiede nell'essere il risultato del processo evolutivo della società che lo ha istituito. L'accesso al fondo, non ancora indicizzato, ha permesso di confrontare due lavori accomunati dal tema del "trovare casa" per una collezione d'arte, pur nella diversità di premesse, committenza e processi di realizzazione. Il primo progetto, commissionato dal geometra e collezionista Giobatta Meneguzzo, interviene su una casa per vacanze già definita da Gio Ponti e pubblicata su Domus n. 414 (maggio 1964) come esempio di casa ideale: un piccolo organismo coperto da un grande tetto "a foglia". Vigo trasforma la casa per vacanze in un'abitazione stabile, adottando una soluzione che rivoluziona la disposizione interna: un unico ambiente astratto, continuum di pavimento e pareti in gres vetrificato bianco, arricchito da una grande parete a rilievo di Enrico Castellani e da un decoro optical di Julio Le Parc posto a divisione di zona; il vero polo delle attività domestiche. L'intera gamma di interventi è attraversata da tubi al neon e integrata dal rivestimento in ceramica bianca, in continuità con la lezione materica di Ponti. Completa il progetto il piano interrato destinato alla collezione, raggiungibile tramite una scala elicoidale rivestita in pelliccia sintetica e illuminata da un oculo ricavato ex novo in copertura: una scelta che destina alle opere uno spazio equivalente a quello della vita familiare. Il secondo progetto nasce dalla volontà dell'artista Remo Brindisi di affidare all'amica e progettista, nel 1967, la concezione di una casa-museo programmaticamente dedicata al dialogo tra le arti, da lui stesso definita "Museo Alternativo". Decaduta l'ipotesi milanese, l'edificio al Lido di Spina assume la duplice funzione di casa di vacanza per la famiglia e gli amici e di spazio espositivo aperto al pubblico. In entrambi i progetti le opere non svolgono una funzione decorativa, ma partecipano attivamente alla costruzione dell'ambiente, in una concezione dell'interno come opera in scala architettonica, dove il tema del cronotopo e delle pareti cronotopiche ne orienta l'esperienza percettiva. In questo incontro tra arte, luce e materia si compie l'intuizione dell'autrice: trasformare lo spazio abitato in esperienza totale, dove vivere diventa parte dell'opera stessa. Letto attraverso i due progetti, l'archivio restituisce la complessità del processo progettuale e la densità dei legami umani, intellettuali e artistici che lo hanno alimentato: case, musei e archivi diventano così dispositivi di memoria attiva, in cui il progetto continua a interrogare il presente.
2026
Nanda Vigo. Sineddoche d’archivio. Arte design architettura performance dagli archivi CASVA
979-12-5590-299-7
ARCHIVIO, NANDA VIGO, REMO BRINDISI, GIOBATTA MENEGUZZO, MUSEO ALTERNATIVO, CASVA
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11311/1326507
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