Da urbanista, sono abituata a riconoscere nelle immagini satellitari la forma degli edifici, la trama delle strade, la densità dell’urbanizzato. Ma a Gaza è la devastazione a prevalere: un vuoto che non rimanda più a ciò che, fino a pochi mesi fa, era un tessuto urbano vivo e complesso. Proviamo a dare un nome a questa distruzione. Qualcuno parla di urbicidio3 o di ecocidio,4 perché anche la natura è stata annientata. Ma forse queste parole non bastano. La scrittrice palestinese Zena Agha parla di «disinvenzione»5 come la volontà sistematica di cancellare l’esistenza stessa di un luogo dalla memoria collettiva. Come se quel luogo non fosse mai esistito. A Gaza la distruzione urbana ha assunto una scala industriale e una logica programmatica, tesa a smantellare ogni tessuto di vita. Una vera e propria tabula rasa.6 In questo contesto, ricostruire non può significare semplicemente sistemare ciò che è stato distrutto, ma ridefinire il significato stesso di territorio, di comunità, di sovranità politica. Per questo, senza nessuna pretesa di esaustività, abbiamo scelto di riflettere su tre modelli di ricostruzione, molto diversi tra loro, non comparabili, e a loro modo idealtipici di tre modi di intendere l’azione ricostruttiva7 (basandoci sui pochi documenti disponibili): un immaginario politico-immobiliare, un piano istituzionale e una strategia tecnico-accademica.
Ricostruire Gaza. Tre modelli, un dilemma di fondo
Elena Granata
2026-01-01
Abstract
Da urbanista, sono abituata a riconoscere nelle immagini satellitari la forma degli edifici, la trama delle strade, la densità dell’urbanizzato. Ma a Gaza è la devastazione a prevalere: un vuoto che non rimanda più a ciò che, fino a pochi mesi fa, era un tessuto urbano vivo e complesso. Proviamo a dare un nome a questa distruzione. Qualcuno parla di urbicidio3 o di ecocidio,4 perché anche la natura è stata annientata. Ma forse queste parole non bastano. La scrittrice palestinese Zena Agha parla di «disinvenzione»5 come la volontà sistematica di cancellare l’esistenza stessa di un luogo dalla memoria collettiva. Come se quel luogo non fosse mai esistito. A Gaza la distruzione urbana ha assunto una scala industriale e una logica programmatica, tesa a smantellare ogni tessuto di vita. Una vera e propria tabula rasa.6 In questo contesto, ricostruire non può significare semplicemente sistemare ciò che è stato distrutto, ma ridefinire il significato stesso di territorio, di comunità, di sovranità politica. Per questo, senza nessuna pretesa di esaustività, abbiamo scelto di riflettere su tre modelli di ricostruzione, molto diversi tra loro, non comparabili, e a loro modo idealtipici di tre modi di intendere l’azione ricostruttiva7 (basandoci sui pochi documenti disponibili): un immaginario politico-immobiliare, un piano istituzionale e una strategia tecnico-accademica.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.



