È lecito oggi interrogarsi sui metodi di insegnamento e sugli intrecci fra teoria e prassi? La domanda nasce spontanea in un’epoca in cui la città, con l’architettura che ne è parte sostanziale, pare entrata in una sfera sottratta ad ogni giudizio e distinzione; un’epoca caratterizzata, parafrasando Lyotard, dal tramonto delle “grandi narrazioni” dove ogni nozione fondativa di città non pare più possibile.Un’ipotesi interpretativa suggerisce che a Milano il radicamento della Scuola di Architettura nel contesto della cultura politecnica e del disegno istituzionale che l’ha sostenuta, abbia sempre condizionato le traiettorie accademiche e professionali, provocando tensioni e talvolta accesi contrasti interni. L’identità della Scuola di Milano, è da un lato espressa da un’altissima cultura professionale, rappresentativa – forse più in passato che oggi – di una borghesia e di un’elite industriale illuminati, mentre dall’altro viene profondamente connotata dalla rivendicata centralità dell’insegnamento come pratica in grado di confrontarsi “alla pari” con i processi di trasformazione della città. Si può affermare che il punto chiave della Scuola milanese è il discorso sulla “struttura” della città, termine entro cui si concentra tutta la tensione teorica dei diversi protagonisti, sia per le chiare implicazioni materiali e formali, sia per le potenzialità in chiave epistemologica. Entro tale quadro sono comunque rintracciabili due linee : una più propensa a una spiegazione razionale del fare architettonico, a una definizione In questo senso, mi pare di poter affermare che il punto chiave della Scuola milanese è il discorso sulla “struttura” della città, termine entro cui si concentra tutta la tensione teorica dei diversi protagonisti, sia per le chiare implicazioni materiali e formali, sia per le potenzialità in chiave epistemologica. Entro tale quadro, seguendo le orme dei due libri citati, sono comunque rintracciabili due linee : una più propensa a una spiegazione razionale del fare architettonico, a una definizione perentoria dell’architettura come essenza costituita da fatti stabili, assoluti e immutabili nel tempo, dove la città è un prodotto corale di cui l’architettura rappresenta una manifestazione insieme soggettiva e collettiva; l’altra più orientata, oltre ogni classificazione descrittiva dei fenomeni urbani, a identificare nella forma urbis la materializzazione di fattori strutturali, e nel congegno tipo-morfologico la sintesi progettuale di fatti urbani anche discontinui nello spazio e nel tempo, un vero e proprio “dispositivo spaziale” variabile e originale rispetto alle condizioni del contesto, inteso come il farsi storico di un paesaggio in senso strutturale e antropologico.

Il Corso di Studio in Architettura e Disegno Urbano al Politecnico di Milano

F. Bonfante
2020-01-01

Abstract

È lecito oggi interrogarsi sui metodi di insegnamento e sugli intrecci fra teoria e prassi? La domanda nasce spontanea in un’epoca in cui la città, con l’architettura che ne è parte sostanziale, pare entrata in una sfera sottratta ad ogni giudizio e distinzione; un’epoca caratterizzata, parafrasando Lyotard, dal tramonto delle “grandi narrazioni” dove ogni nozione fondativa di città non pare più possibile.Un’ipotesi interpretativa suggerisce che a Milano il radicamento della Scuola di Architettura nel contesto della cultura politecnica e del disegno istituzionale che l’ha sostenuta, abbia sempre condizionato le traiettorie accademiche e professionali, provocando tensioni e talvolta accesi contrasti interni. L’identità della Scuola di Milano, è da un lato espressa da un’altissima cultura professionale, rappresentativa – forse più in passato che oggi – di una borghesia e di un’elite industriale illuminati, mentre dall’altro viene profondamente connotata dalla rivendicata centralità dell’insegnamento come pratica in grado di confrontarsi “alla pari” con i processi di trasformazione della città. Si può affermare che il punto chiave della Scuola milanese è il discorso sulla “struttura” della città, termine entro cui si concentra tutta la tensione teorica dei diversi protagonisti, sia per le chiare implicazioni materiali e formali, sia per le potenzialità in chiave epistemologica. Entro tale quadro sono comunque rintracciabili due linee : una più propensa a una spiegazione razionale del fare architettonico, a una definizione In questo senso, mi pare di poter affermare che il punto chiave della Scuola milanese è il discorso sulla “struttura” della città, termine entro cui si concentra tutta la tensione teorica dei diversi protagonisti, sia per le chiare implicazioni materiali e formali, sia per le potenzialità in chiave epistemologica. Entro tale quadro, seguendo le orme dei due libri citati, sono comunque rintracciabili due linee : una più propensa a una spiegazione razionale del fare architettonico, a una definizione perentoria dell’architettura come essenza costituita da fatti stabili, assoluti e immutabili nel tempo, dove la città è un prodotto corale di cui l’architettura rappresenta una manifestazione insieme soggettiva e collettiva; l’altra più orientata, oltre ogni classificazione descrittiva dei fenomeni urbani, a identificare nella forma urbis la materializzazione di fattori strutturali, e nel congegno tipo-morfologico la sintesi progettuale di fatti urbani anche discontinui nello spazio e nel tempo, un vero e proprio “dispositivo spaziale” variabile e originale rispetto alle condizioni del contesto, inteso come il farsi storico di un paesaggio in senso strutturale e antropologico.
2020
INSEGNARE L'ARCHITETTURA. DUE SCUOLE A CONFRONTO
978-88-6242-441-7
architettura, insegnamento, scuola di architettura
File in questo prodotto:
File Dimensione Formato  
F. Bonfante, Il Corso di Studio in Architettura e Disegno Urbano.pdf

accesso aperto

Descrizione: Contributo in libro
: Publisher’s version
Dimensione 359.16 kB
Formato Adobe PDF
359.16 kB Adobe PDF Visualizza/Apri

I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.

Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11311/1139744
Citazioni
  • ???jsp.display-item.citation.pmc??? ND
  • Scopus ND
  • ???jsp.display-item.citation.isi??? ND
social impact