Caratteristica della modernità è la continua oscillazione tra il desiderio di muoversi e quello di stabilità. I comportamenti specifici che ne derivano vanno indagati per i loro effetti di «riverberazione sul privato»1 sia dal punto di vista concettuale e identitario, sia dal punto di vista ambientale degli spazi. L’abitare contemporaneo è ancora oggi connotato da un senso di precarietà ed instabilità, nell’accezione positiva e negativa che entrambi i termini possono avere e che comportano un “errare nomadico” che rifugge da ogni tipo di definizione e determinazione, in una realtà che appare sempre di più «ridotta alla momentaneità del presente sempre sostituita da una momentaneità successiva, nella completa indifferenza a ciò in cui si è ed alla sua destinazione»2. L’architettura tradizionale, che un tempo esaltava i valori della permanenza e della staticità, intatta nella mente e nella memoria così come nella realtà, perde oggi di significato ed assume caratteristiche e fattezze metamorfiche. La stessa rigida impostazione cartesiana tipica dell’approccio razionalista e la prospettiva occidentale ed oculo-centrica, che vede proprio nella vista il senso privilegiato per fare esperienza della realtà, ha imposto nel tempo lo sviluppo di una cultura e di una società votate al culto ossessivo dell’immagine e dell’apparenza. Per quanto ancora immersi in questa dimensione di “esteriorità”, sono individuabili i segni di un progressivo cambiamento. Sempre più spesso, infatti, la domanda si orienta su progetti che abbiano una certa «dignità sensoriale»3, e che seguano l’andamento, non più di una “modernità liquida”, ma di una “contemporaneità aeriforme”, come fosse avvenuto un cambiamento di stato. Gli interni contemporanei diventano quindi “incerti”, di “transizione”, in grado di negoziare la continua tensione tra il restare e l’andare, in grado di plasmarsi sulla persona e sul contesto insediativo. Né gli oggetti né gli arredi sono gli elementi caratterizzanti gli interni, mentre lo sono gli spazi e le atmosfere, ovvero le relazioni sensoriali e i legami emozionali che vengono ad instaurarsi “temporaneamente” nell’ambiente vissuto. Spazi “atmosferici” ed effimeri, ambienti vivi e dinamici in grado di far percepire uno spazio come la casa, un luogo l’ambiente.

abitare contemporaneo / abitare precario

Marta Elisa Cecchi
2020

Abstract

Caratteristica della modernità è la continua oscillazione tra il desiderio di muoversi e quello di stabilità. I comportamenti specifici che ne derivano vanno indagati per i loro effetti di «riverberazione sul privato»1 sia dal punto di vista concettuale e identitario, sia dal punto di vista ambientale degli spazi. L’abitare contemporaneo è ancora oggi connotato da un senso di precarietà ed instabilità, nell’accezione positiva e negativa che entrambi i termini possono avere e che comportano un “errare nomadico” che rifugge da ogni tipo di definizione e determinazione, in una realtà che appare sempre di più «ridotta alla momentaneità del presente sempre sostituita da una momentaneità successiva, nella completa indifferenza a ciò in cui si è ed alla sua destinazione»2. L’architettura tradizionale, che un tempo esaltava i valori della permanenza e della staticità, intatta nella mente e nella memoria così come nella realtà, perde oggi di significato ed assume caratteristiche e fattezze metamorfiche. La stessa rigida impostazione cartesiana tipica dell’approccio razionalista e la prospettiva occidentale ed oculo-centrica, che vede proprio nella vista il senso privilegiato per fare esperienza della realtà, ha imposto nel tempo lo sviluppo di una cultura e di una società votate al culto ossessivo dell’immagine e dell’apparenza. Per quanto ancora immersi in questa dimensione di “esteriorità”, sono individuabili i segni di un progressivo cambiamento. Sempre più spesso, infatti, la domanda si orienta su progetti che abbiano una certa «dignità sensoriale»3, e che seguano l’andamento, non più di una “modernità liquida”, ma di una “contemporaneità aeriforme”, come fosse avvenuto un cambiamento di stato. Gli interni contemporanei diventano quindi “incerti”, di “transizione”, in grado di negoziare la continua tensione tra il restare e l’andare, in grado di plasmarsi sulla persona e sul contesto insediativo. Né gli oggetti né gli arredi sono gli elementi caratterizzanti gli interni, mentre lo sono gli spazi e le atmosfere, ovvero le relazioni sensoriali e i legami emozionali che vengono ad instaurarsi “temporaneamente” nell’ambiente vissuto. Spazi “atmosferici” ed effimeri, ambienti vivi e dinamici in grado di far percepire uno spazio come la casa, un luogo l’ambiente.
AI. 2020
978-88-9387-113-6
interni; atmosfera; precarietà;
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