La vastità di interessi teorici e progettuali di Camillo Boito hanno, come contesto, la mutevole società italiana della seconda metà dell’Ottocento, interessata dal fenomeno dell’industrializzazione e dalla trasformazione socio‐economica del proprio territorio. Alcune aree d’Italia, e in particolare della Lombardia e del Piemonte, cercano infatti di abbandonare l’assetto rurale che le avevano sino ad allora caratterizzate, per abbracciare decisamente la rivoluzione industriale. Questa porta con sé nuove problematiche che impongono, in tempi sempre più rapidi, significativi cambiamenti anche nell’ambito dell’organizzazione del territorio e nell’architettura, dalle reti dei trasporti al sistema dei servizi, dalle necessità abitative dei ceti meno abbienti all’impiego di nuovi materiali e tecnologie poco costose e di rapida attuazione. Boito, attento alle trasformazioni in corso, le esamina in puntuali riflessioni sugli influssi che le nuove tecniche costruttive, introdotte presto nel percorso formativo di ingegneri e architetti, hanno sul linguaggio dell’architettura. Decorazione, ‘pellicola ornamentale’, impianto strutturale costruttivo, ragioni delle scelte dei materiali ed erudizione storica dei professionisti, infatti, sono per Boito le coordinate che, nella seconda metà dell’Ottocento, incidono in modo fondamentale negli esiti del progetto architettonico. Evidente è la sua preoccupazione per la cesura, istituzionalizzata in tutta l’Europa nel XIX secolo nell’esercizio professionale, che aveva portato a distinguere totalmente lo studio della struttura costruttiva del fabbricato, riservato all’ingegnere, dalla progettazione della forma, di competenza esclusiva dell’architetto. Si tratta infatti di un processo tanto diffuso quanto pericoloso a suo parere, denunciato da lui in “Architettura del medioevo in Italia”: la maniera superficiale con la quale chi si prepara alla professione, di costruttore architetto o ingegnere, studia la Storia dell’Architettura e degli stili, è causa principale per lui della superficialità di volgari copie architettoniche del passato, “nell’ingenua ricreazione delle vecchie cose”. A questa impostazione formativa con pesanti conseguenze professionali, egli contrappone la figura del professionista erudito in chiave moderna, che anticipa ma non è ancora propriamente espressione di una cultura politecnica. Di questa coglie il germinare ma non se ne fa corifeo: esplode qui la complessità e peculiarità della sua posizione, evidente nel pensiero e nelle architetture, da più parti denunciate negli ultimi decenni. Il professionista, a suo parere, deve necessariamente conoscere i monumenti più significativi del passato, per evitare di cedere all’istinto della “pura imitazione” che non consente il rinnovamento del linguaggio, ma deve essere contemporaneamente aperto a scoprire e valorizzare le potenzialità dei moderni materiali edili. Egli, dunque, concepisce il progetto di architettura come il frutto di un grande sforzo di ingegno reso possibile unicamente dalla conoscenza dell’architettura dei secoli passati, intesa come analisi e rilievo di manufatti che egli intende come “corpo vivo” da esplorare, osservare e studiare, come se si trattasse di un corpo umano sdraiato su un tavolo di un anatomopatologo. È indicativo che nemmeno nella maturità egli abbandonerà la sua convinzione dell’importanza dell’osservazione diretta, che lo aveva entusiasmato da giovane e, in particolar modo, nel 1857, quando l’Imperiale Regia Amministrazione veneta gli aveva assegnato una borsa di studio affinché studiasse i monumenti gotici toscani e gli edifici della Roma altomedievale. Boito, quindi, non tralascia occasione per condannare chi identifica lo studio dell’architettura con l’imitazione e la copia delle sue forme, che spesso riassume nell’assioma “studiare non è imitare” e per criticare il comportamento di certe università che si ritenevano “così orgogliosamente pure” e “così schizzinosamente scientifiche” da rifiutare le “pratiche applicazioni come dalla peste”. Tuttavia questo legame con il passato trattiene parzialmente Boito di superare alcuni pregiudizi sui materiali innovativi, in alcuni dei quali intravede “difetti di garbo”, ritenendoli ancora non del tutto adeguati alla costituzione di quello stile unitario italiano, di cui ha tracciato il profilo. Al ferro, ad esempio, riconosce potenzialità di grazia e di bellezza espressiva, ma non lo ritiene ancora in grado di realizzare architetture con valore d’arte. Più in generale, i materiali moderni, già utilizzati per architetture effimere o prettamente di ingegneria, sono per lui un campo da integrare con innovazioni rilevanti, in mancanza delle quali ritiene inevitabile la continuità di impiego di quelli tradizionali connessi al sistema costruttivo di matrice romana, àncora di salvezza per l’autonomia dell’architetto rispetto all’ingegnere, nonché per la superiorità del primo rispetto al secondo. La progettazione boitiana va letta, come già ha segnalato Liliana Grassi, come frutto di un pensiero premonitore che parzialmente anticipa la produzione delle avanguardie architettoniche del primo Novecento europeo, sebbene alcune soluzioni, ancorate ad una cultura di matrice eclettica, costituiscano appesantimenti formali che mostrano il suo personale modo di interpretare la modernità, senza giungere, e non poteva essere diversamente, alle istanze di rinnovamento che investirono la progettazione architettonica nei decenni successivi. È questo il caso, ad esempio, dell’Ospedale di Sant’Antonio Abate a Gallarate, nel quale Boito dimostra di conoscere le più moderne teorie sanitarie dell’architettura ospedaliera, che sfociano anche nell’evidenza della distribuzione interna dell’edificio, dunque comprende l’inevitabilità dei nuovi processi di razionalizzazione e se ne fa intelligente interprete. Tuttavia non può fare a meno di abbondare nell’inserimento di elementi decorativi che, pur rispondendo a specifiche funzioni, vengono elaborati secondo ridondante esuberanza stilistico‐evocativa: inserisce doccioni ferma grondaia, figure di chiare reminiscenze neogotiche e barbacani derivati dalla reinterpretazione dell’architettura residenziale veneziana del Trecento (nelle finestre del pianterreno), e impiega materiali differenti per ottenere effetti cromatici che richiamano l’architettura inglese dei celebri William Butterfield e George Gilbert Scott. Nel Cimitero di Gallarate la ricerca di una maggiore sobrietà decorativa è favorita dal richiamo all’architettura romanica, con l’impiego del laterizio a vista per qualificare la superficie muraria come autonomo elemento estetico e con la definizione di pacati aggetti degli elementi decorativi. Ancora una volta, però, il suo linguaggio progettuale nelle cappelle del fronte principale si piega, nell’inserimento di originali elementi decorativi in pietra d’Agera, al doppio gioco decorativo e strutturale: usa la pietra anche per sottolineare alcune strutture fintamente portanti, impiegando materiali differenti per far emergere plinti e capitelli di inesistenti colonne, la cui forma è ricavata attraverso il sapiente movimento della tessitura muraria. In generale nelle architetture boitiane si colgono stilemi linguistici e costruttivi provenienti dall’architettura contemporanea francese, tedesca e inglese, accompagnati da un moderato impiego di materiali nuovi o da modi che tendono a innovare l’utilizzo di materiali tradizionali. La sua progettazione è frutto di vasta cultura ancorata allo studio della letteratura e della pubblicistica straniera e parzialmente sottoposta, almeno in epoca giovanile, a autocritica nei confronti delle proprie realizzazioni, ricche del suo desiderio di operare per il rinnovamento dell’architettura e di interpretare la contemporaneità e la modernità.

All’alba della cultura politecnica: Camillo Boito e l’Ospedale di Gallarate

Ferdinando Zanzottera
2018

Abstract

La vastità di interessi teorici e progettuali di Camillo Boito hanno, come contesto, la mutevole società italiana della seconda metà dell’Ottocento, interessata dal fenomeno dell’industrializzazione e dalla trasformazione socio‐economica del proprio territorio. Alcune aree d’Italia, e in particolare della Lombardia e del Piemonte, cercano infatti di abbandonare l’assetto rurale che le avevano sino ad allora caratterizzate, per abbracciare decisamente la rivoluzione industriale. Questa porta con sé nuove problematiche che impongono, in tempi sempre più rapidi, significativi cambiamenti anche nell’ambito dell’organizzazione del territorio e nell’architettura, dalle reti dei trasporti al sistema dei servizi, dalle necessità abitative dei ceti meno abbienti all’impiego di nuovi materiali e tecnologie poco costose e di rapida attuazione. Boito, attento alle trasformazioni in corso, le esamina in puntuali riflessioni sugli influssi che le nuove tecniche costruttive, introdotte presto nel percorso formativo di ingegneri e architetti, hanno sul linguaggio dell’architettura. Decorazione, ‘pellicola ornamentale’, impianto strutturale costruttivo, ragioni delle scelte dei materiali ed erudizione storica dei professionisti, infatti, sono per Boito le coordinate che, nella seconda metà dell’Ottocento, incidono in modo fondamentale negli esiti del progetto architettonico. Evidente è la sua preoccupazione per la cesura, istituzionalizzata in tutta l’Europa nel XIX secolo nell’esercizio professionale, che aveva portato a distinguere totalmente lo studio della struttura costruttiva del fabbricato, riservato all’ingegnere, dalla progettazione della forma, di competenza esclusiva dell’architetto. Si tratta infatti di un processo tanto diffuso quanto pericoloso a suo parere, denunciato da lui in “Architettura del medioevo in Italia”: la maniera superficiale con la quale chi si prepara alla professione, di costruttore architetto o ingegnere, studia la Storia dell’Architettura e degli stili, è causa principale per lui della superficialità di volgari copie architettoniche del passato, “nell’ingenua ricreazione delle vecchie cose”. A questa impostazione formativa con pesanti conseguenze professionali, egli contrappone la figura del professionista erudito in chiave moderna, che anticipa ma non è ancora propriamente espressione di una cultura politecnica. Di questa coglie il germinare ma non se ne fa corifeo: esplode qui la complessità e peculiarità della sua posizione, evidente nel pensiero e nelle architetture, da più parti denunciate negli ultimi decenni. Il professionista, a suo parere, deve necessariamente conoscere i monumenti più significativi del passato, per evitare di cedere all’istinto della “pura imitazione” che non consente il rinnovamento del linguaggio, ma deve essere contemporaneamente aperto a scoprire e valorizzare le potenzialità dei moderni materiali edili. Egli, dunque, concepisce il progetto di architettura come il frutto di un grande sforzo di ingegno reso possibile unicamente dalla conoscenza dell’architettura dei secoli passati, intesa come analisi e rilievo di manufatti che egli intende come “corpo vivo” da esplorare, osservare e studiare, come se si trattasse di un corpo umano sdraiato su un tavolo di un anatomopatologo. È indicativo che nemmeno nella maturità egli abbandonerà la sua convinzione dell’importanza dell’osservazione diretta, che lo aveva entusiasmato da giovane e, in particolar modo, nel 1857, quando l’Imperiale Regia Amministrazione veneta gli aveva assegnato una borsa di studio affinché studiasse i monumenti gotici toscani e gli edifici della Roma altomedievale. Boito, quindi, non tralascia occasione per condannare chi identifica lo studio dell’architettura con l’imitazione e la copia delle sue forme, che spesso riassume nell’assioma “studiare non è imitare” e per criticare il comportamento di certe università che si ritenevano “così orgogliosamente pure” e “così schizzinosamente scientifiche” da rifiutare le “pratiche applicazioni come dalla peste”. Tuttavia questo legame con il passato trattiene parzialmente Boito di superare alcuni pregiudizi sui materiali innovativi, in alcuni dei quali intravede “difetti di garbo”, ritenendoli ancora non del tutto adeguati alla costituzione di quello stile unitario italiano, di cui ha tracciato il profilo. Al ferro, ad esempio, riconosce potenzialità di grazia e di bellezza espressiva, ma non lo ritiene ancora in grado di realizzare architetture con valore d’arte. Più in generale, i materiali moderni, già utilizzati per architetture effimere o prettamente di ingegneria, sono per lui un campo da integrare con innovazioni rilevanti, in mancanza delle quali ritiene inevitabile la continuità di impiego di quelli tradizionali connessi al sistema costruttivo di matrice romana, àncora di salvezza per l’autonomia dell’architetto rispetto all’ingegnere, nonché per la superiorità del primo rispetto al secondo. La progettazione boitiana va letta, come già ha segnalato Liliana Grassi, come frutto di un pensiero premonitore che parzialmente anticipa la produzione delle avanguardie architettoniche del primo Novecento europeo, sebbene alcune soluzioni, ancorate ad una cultura di matrice eclettica, costituiscano appesantimenti formali che mostrano il suo personale modo di interpretare la modernità, senza giungere, e non poteva essere diversamente, alle istanze di rinnovamento che investirono la progettazione architettonica nei decenni successivi. È questo il caso, ad esempio, dell’Ospedale di Sant’Antonio Abate a Gallarate, nel quale Boito dimostra di conoscere le più moderne teorie sanitarie dell’architettura ospedaliera, che sfociano anche nell’evidenza della distribuzione interna dell’edificio, dunque comprende l’inevitabilità dei nuovi processi di razionalizzazione e se ne fa intelligente interprete. Tuttavia non può fare a meno di abbondare nell’inserimento di elementi decorativi che, pur rispondendo a specifiche funzioni, vengono elaborati secondo ridondante esuberanza stilistico‐evocativa: inserisce doccioni ferma grondaia, figure di chiare reminiscenze neogotiche e barbacani derivati dalla reinterpretazione dell’architettura residenziale veneziana del Trecento (nelle finestre del pianterreno), e impiega materiali differenti per ottenere effetti cromatici che richiamano l’architettura inglese dei celebri William Butterfield e George Gilbert Scott. Nel Cimitero di Gallarate la ricerca di una maggiore sobrietà decorativa è favorita dal richiamo all’architettura romanica, con l’impiego del laterizio a vista per qualificare la superficie muraria come autonomo elemento estetico e con la definizione di pacati aggetti degli elementi decorativi. Ancora una volta, però, il suo linguaggio progettuale nelle cappelle del fronte principale si piega, nell’inserimento di originali elementi decorativi in pietra d’Agera, al doppio gioco decorativo e strutturale: usa la pietra anche per sottolineare alcune strutture fintamente portanti, impiegando materiali differenti per far emergere plinti e capitelli di inesistenti colonne, la cui forma è ricavata attraverso il sapiente movimento della tessitura muraria. In generale nelle architetture boitiane si colgono stilemi linguistici e costruttivi provenienti dall’architettura contemporanea francese, tedesca e inglese, accompagnati da un moderato impiego di materiali nuovi o da modi che tendono a innovare l’utilizzo di materiali tradizionali. La sua progettazione è frutto di vasta cultura ancorata allo studio della letteratura e della pubblicistica straniera e parzialmente sottoposta, almeno in epoca giovanile, a autocritica nei confronti delle proprie realizzazioni, ricche del suo desiderio di operare per il rinnovamento dell’architettura e di interpretare la contemporaneità e la modernità.
Camillo Boito Moderno
9788857542942
Architettura ospedaliera
Camillo Boito
Eclettismo
Gallarate
Architettura socilae
Ospedale di Gallarate
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