In ambito scientifico le immagini costituiscono un attore importante del processo di esplorazione, produzione e validazione del sapere. L’immagine, in quanto risultato di un’operazione di rappresentazione, rende visibili oggetti altrimenti irraggiungibili perché troppo piccoli, troppo distanti, troppo veloci. Le immagini con cui lavora la scienza, quelle prodotte da telescopi, microscopi, radar, risonanze magnetiche, sono strumenti che danno accesso a realtà altrimenti inaccessibili: catturano l’impronta di fenomeni, amplificano segnali lontani, guardano attraverso la materia. Nel discorso scientifico, tali immagini sono presentate come icone perfettamente tecniche, determinate esclusivamente da processi ottici o elettronici: immagini senza autore e quindi senza progetto. Recentemente tuttavia, in seguito ad un importante cambiamento nelle dinamiche della produzione scientifica, sta emergendo un ruolo importante per un nuovo tipo di immagini. La mole incredibile di dati e di potenza computazionale resa disponibile dalle tecnologie informatiche e telematiche ha dato luogo a un nuovo modo di fare scienza. Fenomeni sociali, biologici, epidemiologiche, e comunicativi possono essere analizzati a partire da enormi quantità di dati. In tale contesto, emerge la necessità di una nuova tipologia di immagini in grado di rappresentare contesti ad alta densità di dati al fine di fornire rappresentazioni su cui diventa possibile operare. Come il microscopio ha rivoluzionato la scienza di fine ‘600 fornendo rappresentazioni dell’incredibilmente piccolo, lo sviluppo di modalità di rappresentazione in grado di fornire interfacce di accesso ai dati si sta rivelando fondamentale per lo sviluppo della ricerca scientifica. Le immagini che emergono da questo nuovo contesto, diversamente da quelle prodotte dalla lente di un microscopio, sono immagini progettate. Più simili all’immagine cartografica che alle radiografie, queste nuove mappe costituiscono un artefatto culturale, oltre che tecnico, in cui il progettista grafico è chiamato a mettere in gioco le proprie competenze grafico-visive al fine di creare non tanto un’impronta quanto un modello che interviene sull’oggetto della raffigurazione al fine di restituire non tanto un’immagine rimpicciolita, quanto un’astrazione dello spazio progettata ai fini di un obiettivo. Diversi tipi di dati (contatti sociali tra i partecipanti a una conferenza, dati estratti da una simulazione di pandemia, relazioni estratte da social network) vengono trasformati da scienziati e progettisti grafici in rappresentazioni del fenomeno in cui entrano in gioco fattori tecnologici e percettivi, umani e scientifici. Diversi obiettivi danno luogo a diverse rappresentazioni, che forniscono molteplici astrazioni dello stesso fenomeno nello sviluppo di una nuova cartografia degli spazi del sapere.

Data Interfaces

QUAGGIOTTO, MARCO
2014

Abstract

In ambito scientifico le immagini costituiscono un attore importante del processo di esplorazione, produzione e validazione del sapere. L’immagine, in quanto risultato di un’operazione di rappresentazione, rende visibili oggetti altrimenti irraggiungibili perché troppo piccoli, troppo distanti, troppo veloci. Le immagini con cui lavora la scienza, quelle prodotte da telescopi, microscopi, radar, risonanze magnetiche, sono strumenti che danno accesso a realtà altrimenti inaccessibili: catturano l’impronta di fenomeni, amplificano segnali lontani, guardano attraverso la materia. Nel discorso scientifico, tali immagini sono presentate come icone perfettamente tecniche, determinate esclusivamente da processi ottici o elettronici: immagini senza autore e quindi senza progetto. Recentemente tuttavia, in seguito ad un importante cambiamento nelle dinamiche della produzione scientifica, sta emergendo un ruolo importante per un nuovo tipo di immagini. La mole incredibile di dati e di potenza computazionale resa disponibile dalle tecnologie informatiche e telematiche ha dato luogo a un nuovo modo di fare scienza. Fenomeni sociali, biologici, epidemiologiche, e comunicativi possono essere analizzati a partire da enormi quantità di dati. In tale contesto, emerge la necessità di una nuova tipologia di immagini in grado di rappresentare contesti ad alta densità di dati al fine di fornire rappresentazioni su cui diventa possibile operare. Come il microscopio ha rivoluzionato la scienza di fine ‘600 fornendo rappresentazioni dell’incredibilmente piccolo, lo sviluppo di modalità di rappresentazione in grado di fornire interfacce di accesso ai dati si sta rivelando fondamentale per lo sviluppo della ricerca scientifica. Le immagini che emergono da questo nuovo contesto, diversamente da quelle prodotte dalla lente di un microscopio, sono immagini progettate. Più simili all’immagine cartografica che alle radiografie, queste nuove mappe costituiscono un artefatto culturale, oltre che tecnico, in cui il progettista grafico è chiamato a mettere in gioco le proprie competenze grafico-visive al fine di creare non tanto un’impronta quanto un modello che interviene sull’oggetto della raffigurazione al fine di restituire non tanto un’immagine rimpicciolita, quanto un’astrazione dello spazio progettata ai fini di un obiettivo. Diversi tipi di dati (contatti sociali tra i partecipanti a una conferenza, dati estratti da una simulazione di pandemia, relazioni estratte da social network) vengono trasformati da scienziati e progettisti grafici in rappresentazioni del fenomeno in cui entrano in gioco fattori tecnologici e percettivi, umani e scientifici. Diversi obiettivi danno luogo a diverse rappresentazioni, che forniscono molteplici astrazioni dello stesso fenomeno nello sviluppo di una nuova cartografia degli spazi del sapere.
information visualization, cartography, interface design, visual communication
Visualizzazione, cultura visiva, cartografia, design delle interfacce, data science
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11311/1053003
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